Archivi tag: Sud

Contest fotografico “Fare Sud Insieme” | FONDAZIONE PER IL SUD

“Fare Sud Insieme”…è questo il nome del contest fotografico lanciato dalla Fondazione per il Sud per “raccontare” il Mezzogiorno e la sua gente.

L’iniziativa fotografica promossa dalla Fondazione è giunta ormai alla terza edizione…è un modo per raccontare un Meridione non scontato e positivo. Quest’anno poi il contest pone l’attenzione sul valore del fare insieme, del gruppo e della solidarietà. Il Sud Italia espresso dalle sue “energie migliori”, nella realtà dei fatti e con la quotidianità dei gesti. Scoprire, attraverso una foto, la bellezza del “fare le cose insieme”: in famiglia, a scuola, al lavoro, nello sport, nelle piazze, nel volontariato, nelle nostre comunità.

Le tradizioni e le feste in famiglia, il lavoro di gruppo, i riti e gli eventi di piazza e, in generale, tutti i momenti in cui è stato bello partecipare e fare qualcosa insieme ad altri per creare un valore comune: amici, colleghi, parenti, conoscenti e sconosciuti.
Uno spaccato d’Italia nel suo Meridione, con immagini per testimoniare la voglia di costruire insieme nel Mezzogiorno.

Selezioni di foto saranno pubblicate sul sito internet e sul Bilancio di Missione della Fondazione per il Sud e, grazie alla collaborazione con MArteLive, verranno proiettate all’interno degli eventi del festival multi-artistico rivolto ai giovani talenti.

L’iniziativa è gratuita e aperta a tutti.

E’ possibile inviare, entro il 15 aprile 2010, un massimo di 4 fotografie in formato digitale JPG (è preferibile una buona risoluzione grafica) all’indirizzo comunicazione@fondazioneperilsud.it.
Le e-mail devono essere accompagnate da nome e cognome dell’autore, località dello scatto, eventuale titolo e liberatoria sottoscritta per l’utilizzo ai fini non commerciali delle immagini e rispetto delle norme sulla privacy.
La mail deve essere accompagnata dalla Liberatoria per l’utilizzo della foto debitamente firmata. La liberatoria è scaricabile dal sito della fondazione www.fondazioneperilsud.it 

A tutti i partecipanti…buona fortuna!

 

Annunci

Concorso letterario “Mezzogiorno e la sua gente” | MArteLive 2010

Raccontateci il “Mezzogiorno e la sua gente”. Si chiama così il concorso letterario 2010 inserito in MArteLive, promosso dall’Associazione Culturale Procult. MArteLive è un festival multi artistico aperto ai nuovi talenti invitati dalla stessa Fondazione per il Sud a testimoniare con un racconto o una poesia le realtà del nostro Sud. Una o più opere letterarie saranno pubblicate su Bilancio di Missione, sito e newsletter della Fondazione e presentate all’interno degli eventi finali di Roma del festival.

L’iniziativa scade il 20 aprile 2010. Per maggiori informazioni www.martelive.it

Per iscriversi alla sezione ‘Letteratura’ di MArteLive consultare il sito del festival, contenente regolamento e modalità di partecipazione…

Buona fortuna!

Terza Edizione Premio “ muSIc@Sud”

Concorso Nazionale per Band Emergenti e per Dj.

 

PER SCARICARE IL BANDO PREMI QUI 

thumbs

Focsiv cerca 250 volontari per progetti di sviluppo nel Sud del mondo

FOCSIV – Federazione italiana di organizzazioni non governative impegnata nella promozione della cooperazione tra i popoli e di una cultura della mondialità – cerca 250 volontari, di età compresa tra i 18 e i 28 anni, da inserire all’interno di 43 progetti in paesi di Europa, Africa, Asia e America Latina dal titolo “Caschi bianchi: interventi umanitari in aree di crisi”, nell’ambito del bando del Servizio Civile all’estero.
I volontari in servizio civile avranno l’opportunità di conoscere il mondo della cooperazione internazionale partecipando alle attività previste dai progetti per un importante anno di crescita umana e professionale.

Per informazioni:
www.focsiv.it
informarvi@focsiv.it
tel. 06/687.67.06

SE NASCE IL PARTITO DEL SUD

di Salvatore Modica

Come si spiega il successo elettorale della Lega? E perché si parla di un possibile Partito del Sud? Se, storicamente, il dibattito politico si concentrava sui trasferimenti fra gruppi sociali, oggi le decisioni ad alta tensione, per le quali la rappresentanza è importante, riguardano sempre più la distribuzione territoriale delle risorse. Il peso politico dei gruppi di interesse caratterizzati socialmente è quindi destinato a diminuire, e ad aumentare quello delle aggregazioni caratterizzate geograficamente. Interessi ricomponibili in un modello federale. 

thumbsLa coalizione di governo guidata dal Pdl in Sicilia sta attraversando problemi di coesione interna a cui la stampa nazionale non dà molto rilievo. Forse sono solo poco interessanti lotte di spartizione, ascrivibili probabilmente alla insufficiente capacità di gestione del potere degli eredi dei grandi vecchi della Democrazia cristiana. Ed è prevedibile che il presidente del Consiglio riuscirà a mettere le cose a posto, facendo ammorbidire le posizioni di coloro che altrimenti rischierebbero di provocare nel partito una spaccatura dalle conseguenze troppo incerte. 

INTRESSI, RAPPRESENTANZA E ISTITUZIONI

Sembra d’altra parte affrettato interpretare le mezze parole che ogni tanto affiorano sulla possibilità della nascita di un “Partito del Sud” come semplici cartucce a salve sparate nel contesto di turbolenze di cui presto non si parlerà più. Perché forse dietro queste mezze idee sparpagliate e ancora spesso fra loro contraddittorie si profila un cambiamento di lungo periodo nella struttura della rappresentanza democratica a livello nazionale.   
In democrazia le rappresentanze devono riflettere gli interessi dei cittadini nelle decisioni importanti. E le decisioni che contano sono quelle che, oltre a comportare consistenti trasferimenti di risorse, hanno esiti fortemente dipendenti dalla maggioranza che le prende. Se le posizioni iniziali sono vicine, la tensione è bassa e la rappresentanza serve poco.
Storicamente le decisioni con margine di variabilità alto rispetto alle possibili maggioranze sono state quelle riguardanti trasferimenti fra gruppi sociali: ricchi-poveri, imprenditori-lavoratori, giovani-vecchi. E la configurazione destra-sinistra riflette questa consolidata contrapposizione di interessi. Ma oggi la potenziale variabilità delle decisioni su molti di questi trasferimenti importanti è diminuita, perché è aumentato il consenso generale sulla loro entità. Le decisioni dove la tensione è alta –quelle per le quali la rappresentanza è importante– riguardano in misura crescente la localizzazione spaziale delle risorse, perché vertono su problemi messi a fuoco più di recente, sui quali il consenso non è maturo. Per questo tipo di decisioni la configurazione della rappresentanza che riflette gli interessi in gioco è quella di aggregazioni di interessi omogenei rispetto alla collocazione spaziale più che sociale.
Poiché la rappresentanza democratica tende a riflettere gli interessi delle parti in causa, l’implicazione è che nell’attuale fase storica il peso politico dei gruppi di interesse caratterizzati socialmente è destinato a diminuire, e quello delle aggregazioni caratterizzate geograficamente ad aumentare.
Il meccanismo di rappresentanza democratica spiega dunque il peso politico raggiunto dalla Lega Nord (chi di noi lo prevedeva guardando al tg le loro prime scampagnate?), e lo stesso meccanismo spiegherebbe la comparsa di un Partito del Sud. (1) Entrambi potrebbero coesistere in modo proficuo all’interno del sistema delle regole istituzionali nazionali: bisogna disegnare un meccanismo che induca ognuno a vigilare sulla efficienza della allocazione delle risorse gestite dall’altro evitando equilibri collusivi.

 

(1) Per inciso, spiega anche altre cose: in Italia, l’indebolimento del Berlusconi simbolo di una ‘vittoria sui comunisti’ ormai superata dalla storia, e l’oggettivo smarrimento programmatico della sinistra; in Francia, una economia territorialmente omogenea, la riduzione dei contrasti fra i partiti storici, fino alla composizione bi-partisan del governo Sarkozy; negli Stati Uniti la tenuta della tradizionale alternativa fra Democratici e Repubblicani, sostenuta dal trasferimento di risorse fra l’’industria bellica e quella farmaceutica; in campo internazionale, la crescente importanza del G20 e il connesso peso degli interessi regionali.

Foto: Pontida, dal sito della Lega Nord

fonte: www.lavoce.it

 

Legambiente: In Italia il Sud a rischio di desertificazione

thumbsSos di Legambiente: la desertificazione avanza pericolosamente nel Sud dell’Italia. Ad essere fortemente a rischio sono Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Situazione particolarmente grave in Sardegna, dove il pericolo desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l’11% già colpito. A forte rischio anche la Sicilia, le piccole isole e la Puglia. Questi i dati allarmanti sono stati presentati dall’organizzazione ambientalista in un recente dossier sugli ecoprofughi. «La desertificazione non riguarda solo le aree torride dell’Africa – ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente – Il problema è reale e ci tocca anche molto da vicino. Senza reali cambi di marcia nelle politiche energetiche e ambientali il rischio diverrà concreto e irreversibile». La desertificazione infatti, si può considerare come «la fase finale del degrado chimico, fisico e biologico in quanto la terra perde irreversibilmente la capacità di sostenere la produzione agricola e forestale, e anche se le piogge tornano a bagnare i suoli, il degrado, che ormai è in atto, non regredisce anzi molto spesso peggiora». Le regioni aride e semi-aride del pianeta, si legge nel dossier, rappresentano quasi il 40% della superficie emersa della Terra (5,2 miliardi di ettari) e ospitano circa due miliardi di persone. Centotrentacinque milioni di persone rischiano di essere spostate a causa della desertificazione, e di queste circa 60 milioni tra il 1997 e 2020, abbandonerà (nel primo periodo preso in considerazione ciò è già avvenuto) le zone desertificate dell’Africa subsahariana verso l’Africa settentrionale e l’Europa. Di fatto poi il Sahara ha ormai “attraversato” il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversità. Trenta milioni di ettari di terra lungo le rive del Mediterraneo sono già colpiti da desertificazione, fenomeno che mette a rischio la sopravvivenza di 6,5 milioni di persone. Un quinto dei territori in Spagna è soggetto a desertificazione e anche il Portogallo, l’Italia e la Grecia sono colpiti seriamente dal fenomeno del quale non è immune nemmeno la Francia meridionale.  «Dobbiamo considerare – ha concluso Venneri – che l’Italia negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l’inaridimento del suolo e si stima che il 27% del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Sono interessate soprattutto le regioni meridionali dove l’avanzata del fenomeno rappresenta una vera e propria emergenza ambientale».

fonte: www.lastampa.it
foto tratta dal web

Quanto resta della notte?

Il Sud d’Italia oltre la retorica e gli stereotipi di meridionalismo patriottico, tra mafie, antimafia e crisi della democrazia.
Umberto Santino (Centro Impastato di Palermo)

Più che un’espressione geografica, un’idea fondata su un’analisi, il Sud è soprattutto una rappresentazione che indica arretratezza, sottosviluppo, emarginazione di intere aree del pianeta. I processi di globalizzazione hanno avuto una doppia faccia: da una parte hanno generato un supermercato di iperconsumo per pochi, dall’altra sono una fabbrica di esclusione per la maggioranza della popolazione mondiale.
Per quanto riguarda il Sud d’Italia riporto alcuni dati recenti: secondo il Rapporto SVIMEZ del 2008 il divario Sud-Centro Nord si è acuito. Il tasso di occupazione (rapporto tra occupati e popolazione tra 15 e 64 anni) è 46,5 nel Mezzogiorno, 65,4 nel Centro Nord. Il tasso di occupazione è in diminuzione in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Se si considera la cosiddetta “disoccupazione implicita”, formata da tutti coloro che neppure si presentano sul mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione aumenta nel Sud di oltre 15 punti.
Il lavoro sommerso e irregolare si concentra soprattutto nel Mezzogiorno con 1 lavoratore su 5, meno della metà nel Centro Nord. Il PIL per abitanti è 17.483 euro, 57,5 per cento del prodotto pro-capite del Centro Nord, pari a 38.381 euro.
Le previsioni sugli sviluppi della crisi attuale dicono che la recessione si farà sentire di più nel Mezzogiorno. Secondo uno studio ISTAT dei giorni scorsi, il 5,3% della popolazione meridionale, cioè un milione di famiglie, ha problemi per il cibo, in Sicilia il 10,1% . Dall’inchiesta del “Sole-24 ore” sulla qualità della vita, pubblicata ogni anno in dicembre, risulta che le ultime dieci province sono tutte nel Sud. Per di più le risorse destinate al Mezzogiorno sono sottoposte a tagli consistenti: dal fondo per le aree sottoutilizzate sono stati tagliati 29 miliardi di euro, con il risultato che è in discussione la programmazione unitaria del periodo 2007-2013.

LA QUESTIONE MERIDIONALE
Il Mezzogiorno per molti anni è stato considerato “un paradiso abitato da demoni” (un’espressione vecchia di qualche secolo, ripresa da Croce). Alcune delle immagini con cui è stato rappresentato, per esempio il familismo amorale (Banfield), la mancanza di senso civico (Putnam), sono ancora vive. La reazione sbagliata a queste rappresentazioni è stata il sicilianismo e il meridionalismo patriottico, che negano mali radicati come la mafia e considerano qualsiasi critica come denigrazione.
Gli studi più recenti hanno cercato di veicolare l’immagine di un Sud liberato dagli stereotipi del meridionalismo, complesso e differenziato al suo interno. Qualche esempio: le riflessioni sul “pensiero meridiano” (Cassano e altri) che presentano il Sud come soggetto di pensiero e di storia e quelle che parlano di un “bisogno di Sud”, come antidoto alla mercificazione e alla macdonaldizzazione (Tonino Perna in sintonia con le analisi sulla decrescita).
Apprezzo queste riflessioni, ma preferirei una rappresentazione più articolata, che ricostruisca una storia composita, fatta di grandi mobilitazioni e di sconfitte, che ha portato alla configurazione dei rapporti di dominio e subalternità con adeguati aggiornamenti attuale ancora oggi e alla sedimentazione di una classe dirigente fondata sull’autoriproduzione e sul clientelismo. All’interno di questo quadro va collocata l’analisi della mafia e dell’antimafia.
Secondo l’ipotesi definitoria utilizzata e verificata nelle ricerche del Centro Impastato la mafia è un’organizzazione criminale che svolge attività illegali e legali finalizzate all’arricchimento e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, ha un suo codice culturale e agisce all’interno di un sistema di rapporti che danno vita a un blocco sociale transclassista, dominato dai soggetti illegali (capimafia) e legali (professionisti, imprenditori, amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni) più ricchi e potenti, definibili come borghesia mafiosa.
La sua forza sta soprattutto in questo sistema relazionale e la sua storia è un intreccio di continuità e trasformazione. Essa ha avuto un ruolo nella società a economia agraria, supportando i proprietari terrieri nello sfruttamento dei contadini e reprimendo con la violenza, legittimata dall’impunità, le lotte popolari, dai Fasci siciliani (1891-94) alla seconda guerra, con centinaia di migliaia di persone, comprese le donne, impegnate in una vera e propria lotta di liberazione, dissoltesi nell’emigrazione (un milione nei primi anni del Novecento, un milione e mezzo tra gli anni Cinquanta e Settanta).
Negli anni Cinquanta e Sessanta, in un’economia prevalentemente terziaria, la mafia si è configurata come “urbano-imprenditoriale” e “borghesia di Stato” accaparrandosi ingenti risorse pubbliche, dedicandosi alla speculazione edilizia e avviando i traffici internazionali prima di tabacco e poi di droghe. Negli ultimi anni si può parlare di “mafia finanziaria” per il ruolo sempre maggiore che ha assunto l’accumulazione illegale che ha acuito la competizione interna (guerra di mafia 1981-83) e aggravato la violenza esterna con la lievitazione della richiesta di spazi economici e di potere e l’eliminazione di personaggi che ostacolavano il processo di espansione.
Dopo i grandi delitti e le stragi c’è stata una forte repressione e oggi possiamo dire che gran parte degli affiliati alle famiglie mafiose sono in carcere, però l’accumulazione illegale, soprattutto di organizzazioni similari come la ‘ndrangheta calabrese, che ha ricevuto meno colpi, è in crescita e i rapporti con la politica, nonostante i tentativi di sanzionarli con i processi per “concorso esterno”, sono sempre forti. Il voto in Sicilia per Cuffaro, condannato per favoreggiamento, e in Lombardia per Dell’Utri, condannato per concorso, sono la prova che nonostante le condanne questi personaggi godono di un ampio consenso, nei loro partiti e presso l’elettorato.

SOCIETÀ MAFIOGENA
Come spiegare tutto ciò? Nei miei studi ho parlato di “società mafiogena”. Che vuol dire? Certamente non si tratta di una criminalizzazione in blocco, della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno. Vuol dire che c’è un contesto sociale che presenta alcuni caratteri: l’accettazione di buona parte della popolazione della violenza e dell’illegalità come mezzi di sopravvivenza e canali per l’acquisizione di un ruolo sociale, l’esiguità dell’economia legale, la rappresentazione dello Stato e delle istituzioni come lontani, estranei e collusi con i gruppi mafiosi, la mancanza di memoria delle lotte precedenti, di cui rimane solo o soprattutto il peso delle sconfitte, la fragilità del tessuto di società civile, la diffusione di una cultura della sfiducia, una vita quotidiana dominata dalla frammentazione e dall’aggressività.
Questi caratteri che concorrono alla riproduzione del fenomeno mafioso prima erano presenti in società circoscritte oggi si ritrovano nella scena mondiale, dopo il crollo del “socialismo reale” e con l’impatto dei processi di globalizzazione che hanno un duplice effetto criminogeno: l’aumento degli squilibri territoriali e dei divari sociali emargina quasi l’80 per cento della popolazione che ha come unica o principale risorsa l’accumulazione illegale gestita da professionisti del crimine in forme più o meno assimilabili al modello mafioso; i processi di finanziarizzazione dell’economia rendono sempre più difficile distinguere capitale legale e illegale, per cui le mafie proliferano sia nelle periferie che nei centri.
Negli ultimi decenni, dopo la dissoluzione del movimento contadino, l’impegno antimafia è stato assunto soprattutto da organizzazioni della “società civile”, termine che indica l’associazionismo al di fuori del quadro istituzionale, anche se il rapporto con le istituzioni è inevitabile, a cominciare dall’approvvigionamento finanziario, troppo spesso legato a schemi personalistici e clientelari.
La mobilitazione antimafia, con il coinvolgimento di un numero consistente di persone, è stata precaria e sporadica, dettata dall’emozione e dallo sdegno suscitati dai grandi delitti e dalle stragi, ma ci sono state e ci sono iniziative continuative su vari fronti. In prima fila sono le scuole, che coniugano prassi istituzionali e impegno volontario, con le attività di “educazione alla legalità” che, però, sono al di fuori dei programmi curricolari e risentono di un eccesso di formalismo e di astrattezza. Il Centro Impastato, che interviene nelle scuole dai primi anni Ottanta, ha cercato soprattutto di fornire ai docenti alcuni strumenti per chiarire che non si tratta del mero rispetto della legalità, ma di acquisire una visione critica che guardi ai contenuti e alla rispondenza con i valori della Costituzione e della democrazia.
Il movimento antiracket vede attualmente all’opera circa 110 associazioni con alcune migliaia di soci in tutta Italia, quasi tutte al Sud, mentre estorsioni e usura sono ormai diffuse sul territorio nazionale, con un Centro Nord in cui prevale la cultura leghista della difesa personale e delle ronde.
L’uso sociale dei beni confiscati ha dato vita a qualche decina di cooperative, soprattutto nelle regioni meridionali, con qualche centinaio di soci. I beni sono ancora pochi e i tempi per l’assegnazione troppo lunghi. A Palermo le lotte dei senzacasa sono riuscite a ottenere l’assegnazione di case confiscate ai mafiosi, portando sul fronte antimafia settori di strati popolari. Tutte queste esperienze sono preziose ma minoritarie.
L’informazione libera ha strumenti inadeguati e spesso è minacciata, come nel caso di giornalisti e di TeleJato. Considero una pesante intimidazione alla libertà di ricerca le citazioni in sede civile contro di me per il libro L’alleanza e il compromesso e contro Claudio Riolo per un articolo su una rivista, che si sono concluse con condanne a pene pecuniarie. La campagna per la libertà di ricerca in tema di mafia ha portato alla costituzione di un fondo che ci ha consentito di affrontare le spese giudiziarie ma le proposte di sottrarre all’autorità giudiziaria le cause per diffamazione a mezzo stampa affidandole a un giurì d’onore e di sostituire le pene pecuniarie con altre misure, come le repliche e le precisazioni, sono rimaste sulla carta. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha recentemente condannato lo Stato italiano che non ha rispettato il diritto di critica di Riolo, un’inversione di tendenza significativa il cui impatto sulla legislazione e sulla giurisprudenza italiana è tutto da vedere.
Manca un progetto complessivo, ma questa non è una specificità dell’antimafia, è il carattere delle mobilitazioni del nostro tempo che si svolgono in un contesto che spesso rema contro.
In questo quadro dovremmo dire qualcosa sul ruolo della Chiesa cattolica: Nelle varie fasi del movimento contadino, tranne poche eccezioni, come Sturzo e i preti sociali, di cui due, Costantino Stella e Stefano Caronia sono stati uccisi dalla mafia, la Chiesa stava dall’altra parte, poiché alla testa delle lotte c’erano socialisti e comunisti. È nota la figura del cardinale Ruffini che riteneva la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947 una reazione a un’inesistente violenza dei comunisti e polemizzava con il pastore valdese Panascia. Negli ultimi anni le prese di posizione del card. Pappalardo, di papa Giovanni Paolo II, l’impegno di alcuni preti hanno portato aria nuova, ma le riflessioni sulla mafia come “struttura di peccato” e “peccato sociale” sono rimaste allo stato embrionale.

IL CONTESTO
L’attuale quadro politico-istituzionale è desolante. Le forze di centro-destra non hanno nessuna cultura liberal-democratica e quelle di centro-sinistra sono deboli e alcune vicine alla sparizione. Già nel 1994 Giuseppe Dossetti in un intervento che riprendeva il verso di Isaia “Sentinella, quanto resta della notte?” dava l’allarme. Rileggiamo le sue parole: un diritto costituzionale regredito a diritto commerciale (ma potremmo dire privato, anzi individuale), il politico ridotto a contrattazione economica, le riforme costituzionali ispirate da uno spirito di sopraffazione e di rapina, il dissolversi di ogni legame comunitario mascherato dietro l’appello al federalismo, il prevalere di una forte emotività imperniata sulla figura del grande seduttore, la trasformazione di una casa economico-finanziaria in signoria politica. Oggi possiamo dire che la notte era appena iniziata. Viviamo una profonda crisi della democrazia e della politica, con un forte rischio di imbarbarimento della vita civile, segnata dalla aggressività nei confronti dei più deboli, a cominciare dagli immigrati e dalle donne.
La retorica della legalità si coniuga con la legalizzazione dell’illegalità. La Costituzione, nata come patto culturale e politico tra realtà diverse accomunate dall’antifascismo, è attaccata e rischia di essere archiviata e svuotata. L’ostentato bigottismo di molti personaggi politici, atei-devoti che godono della solidale confidenza di rappresentanti del clero cattolico, convive con il collasso dell’etica pubblica e privata, con una esaltazione della competizione con tutti i mezzi e del successo a ogni costo che ha nel berlusconismo il modello e l’icona.
Tempo fa scriveva un altro “profeta disarmato”, Ernesto Balducci: “Siamo i giganti della tecnica e i nani dell’etica”. Gli esempi più preoccupanti sono a portata di mano: il respingimento e la criminalizzazione degli immigrati, il ritorno del razzismo, il fondamentalismo identitario che si veste di integralismo religioso e proclama un cristianesimo da crociata, la parola alle armi: la guerra dei ricchi e il terrorismo degli altri. Per uscire da questo contesto avremmo bisogno, per usare una parola del vocabolario cristiano, di una metànoia, cioè di una ridefinizione dell’etica privata e pubblica. Una sfida aperta di cui non possiamo nasconderci le difficoltà e che richiede una rottura radicale. Come quella con il padre di Peppino Impastato.

fonte: www.peacelink.it