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PALASCìA | l’informazione migrante

Era il 1° marzo 2010…sono passati una decina di giorni dall’uscita della prima rivista interculturale salentina 

“Palascìa_l’informazione migrante”. 

Niente è casuale. Palascìa ha giocato sulla ricorrenza del numero ordinale “prima/o”, così, il quadrimestrale d’intercultura è stato presentato e distrubuito a Lecce proprio in occasione della prima giornata internazionale dello sciopero dei migranti. Il progetto editoriale, ideato e realizzato da Métissage Società Cooperativa Sociale  vincitrice del Bando Principi Attivi 2008 della Regione Puglia, si propone di offrire spunti e nuovi stimoli connotando così il Salento come autentico luogo di accoglienza e di scambi.

Palascìa è il faro di capo d’Otranto, simbolo del Salento, punto più a est d’Italia, primo bagliore segno di terra promessa dell’immigrazione salentina: indiscutibilmente simbolo delle mille convivenze della nostra Regione. La rivista “Palascìa_l’informazione migrante” si propone di dar voce alle comunità di stranieri presenti sul territorio, di offrire spunti di riflessione e possibilità di scambio culturale tra i nativi e i migranti. La rivista, inoltre, dedicherà ampio spazio ad articoli in lingua straniera per contribuire non ad un generico quanto improbabile incontro, ma, ad un impegnativo dialogo tra individui portatori di culture all’interno di contesti sociali e politici concreti.

Palascìa vuole essere, quindi, uno strumento d’informazione, approfondimento e riflessione per affrontare i processi di métissage -mescolanza, scambio, contaminazione- che si formano spontanei nelle interazioni sociali.
 
 Ogni numero della rivista tratterà tematiche utili al confronto e alla crescita per l’intera comunità. Inoltre, i dossier, allegati approfondiranno problemi attuali. Ci sarà poi una sezione dedicata alle informazioni: dai numeri utili agli orari di ricevimento dei principali uffici, oltre ai bandi istituzionali che mirano ad incentivare l’attivismo. Spazio anche all’arte e alla cultura con le rubriche e con il wall che, nasce staccabile per diventare parte dei luoghi in cui viviamo.
Il primo numero, dal titolo “Siete voi il nostro futuro”, propone un viaggio nella Puglia migliore delle politiche giovanili regionali, fornendo una carrellata sui progetti vincitori del bando Principi attivi; e poi un dossier sul lavoro che affronta e smantella una questione molto abusata e basata su un luogo comune falso e discriminatorio secondo cui “Gli immigrati ci rubano il lavoro?”.  All’interno anche un bando di concorso per riscoprire il gusto della narrazione per bambini “Il mondo racconta”, uno spazio dedicato al terzo settore salentino e alle realtà associative dei migranti, le news della cooperativa Mètissage, tante storie da conoscere e i preziosi contributi di Tonio Dell’Olio e Mauro Biani.
Palascìa_l’informazione migrante è in distribuzione gratuita nei punti in vista della città oppure può essere richiesta inviando una mail alla Mediatrice Interculturale Rosa Leo Imperiale rosisalentu@yahoo.com 
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Immigrazione e falsi pregiudizi, a Roma i risultati in una ricerca

Immigrazione e pregiudizio

A Roma, il 6 ottobre la Caritas-Migrantes e l’Agenzia Redattore Sociale hanno presentato i risultati della ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”.
Il dossier è stato realizzato avvalendosi della circolarità delle fonti e delle correlazioni effettuate attraverso l’osservazione e i diretti confronti su periodi temporali omogenei e sufficientemente lunghi. In virtù di questo metodo, sostengono i ricercatori, si è approfondita in una nuova direzione la comprensione di una tematica delicata come quella dell’immigrazione.

Buona parte delle conclusioni, pur soprendenti per il lettore comune, se lette con la debita attenzione non dovrebbero sorprendere gli operatori che quotidianamente lavorano a contatto col settore immigrazione. Il dossier fa registrare infatti alcune informazioni essenziali, prima fra tutte che il tasso di criminalità degli immigrati regolari nel nostro paese è leggermente più alto di quello degli italiani, ma solo per le fasce di età più giovani; inoltre esaminando alcuni altri fattori risulta che i due tassi, ossia quello di criminalità per cittadini italiani e quello per immigrati, tendono ad equivalersi.
Nondimeno, una considerazione fondamentale deriva dalla notizia che il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose resta tuttora legato in maniera preponderante alla condizione di irregolarità.

Una conclusione importante che dimostra come ad oggi non esiste alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati e l’aumento dei reati in Italia e che i cosiddetti reati strumentali o relativi alla condizione stessa di irregolare incidono moltissimo sul carico penale delle persone immigrate.
Tutto ciò, sarebbe bene evidenziarlo, contrasta apertamente con la percezione che i media di massa contribuiscono quotidianamente a diffondere, alimentando peraltro l’allarme per una presunta emergenza criminalità degli stranieri che invece non trova corrispondenza nei fatti.

Per maggiori informazioni:
Dossier Immigrazione Caritas-Migrantes
tel. 06/66.51.43.45

fonte: http://www.bandieragialla.it

‘Sognando’ l’Europa: 15mila le vittime del mare negli ultimi 20 anni

a cura della Comunità di Sant’Egidio

Nei primi quattro mesi del 2009 i morti nel Canale di Sicilia sono stati 339. In tutto il 2008 erano stati 642. Dal 1988 le morti documentate dalla stampa internazionale sono state 14.661, tra cui si contano 6.327 dispersi. Così, su iniziativa della Comunità Sant’Egidio, Associazione Centro Astalli, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Caritas italiana, ACLI ieri, giovedì 25 giugno, si è svolta una Preghiera ecumenica in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa Morire di Speranza presieduta da S.E. Mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nella Basilica Santa Maria in Trastevere a Roma.

“Purtroppo non sono pochi gli uomini e le donne, i bambini e i giovani che hanno incontrato la morte lungo il loro viaggio – ha detto Mons. Vegliò nel corso della veglia a S. Maria in Trastevere -. E io so che c’è tra di noi chi ha perso un amico, un parente, un fratello o una sorella. Quanti dolori, quante sofferenze. Grazie alle vostre informazioni ne ricorderemo stasera molti per nome, come una lunga litania di nomi cari, di persone che hanno fatto sforzi grandi per uscire dalla miseria, dall’oppressione, dalla violenza o dalla guerra. Molti di loro sono morti senza che una persona cara gli stesse vicino per aiutarli o consolarli, senza che qualcuno potesse pregare per loro o dargli una sepoltura dignitosa. Ci siamo radunati stasera in tanti, uomini e donne provenienti da  paesi diversi, appartenenti a religioni diverse,  uniti dal desiderio di ricordarci di chi è morto sulle vie della ricerca di una vita dignitosa, uniti dal desiderio di rivolgere per loro la nostra preghiera al Signore e di dargli un posto  nel nostro cuore e nel cuore di questa città. Sono grato alla Comunità di Sant’Egidio, che, assieme ad altre associazioni, ha voluto questa Veglia di Preghiera nella ricorrenza della Giornata Mondiale dei Rifugiati, promossa dalle Nazioni Unite”.

Zaher Rezai era un giovane afghano di 13 anni, che qualche mese fa è stato stritolato dalle ruote dell’automezzo sotto il quale si era legato per sfuggire ai controlli del Porto di Venezia. In una poesia che poi è stata trovata nelle sue tasche, scrive: “Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore. Che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato. O mio Dio, che dolore riserva l’attimo dell’attesa, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera”.

Sono ancora tragicamente troppo pochi coloro che riescono ad arrivare alla meta: molti, nessuno sa quanti, non ce la fanno nemmeno a raggiungere le coste nordafricane perché muoiono nella lunga traversata del deserto. Altri trovano la morte in quella striscia di mare che divide l’Africa dall’Europa. Sono uomini e donne in fuga dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni per le quali in molte parti del mondo ancora si muore. Sono esseri umani talmente disperati da rischiare di mettere a repentaglio la loro stessa vita pur di arrivare alle soglie della salvezza che l’Europa per loro e i propri figli rappresenta.

Le notizie delle ultime settimane sui respingimenti in mare da parte del governo italiano verso la Libia sono fonte di grave preoccupazione. Le centinaia di persone tra cui donne e bambini, oltre ad aver rischiato la vita in un viaggio ai limiti della realtà, vengono accompagnati – contro le principali norme del diritto internazionale e del mare – in un paese che non garantisce il rispetto dei diritti umani fondamentali. Di molti purtroppo non si hanno  più notizie.

“Ricordo riconoscente – ha continuato mons. Vegliò – le parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato domenica scorsa a San Giovanni Rotondo:  “Preghiamo per la situazione difficile e talora drammatica dei rifugiati. Molte sono le persone che cercano rifugio in altri Paesi fuggendo da situazioni di guerra, persecuzione e calamità, e la loro accoglienza pone non poche difficoltà, ma è tuttavia doverosa. Voglia Iddio che, con l’impegno di tutti, si riesca il più possibile a rimuovere le cause di un fenomeno tanto triste”.

Nel nostro mondo tanta gente rischia che la barca della sua vita  affondi in mezzo alla tempesta , come quella della  guerra che da decenni devastano l’Afganistan, lo Sri Lanka, la Somalia, l’Eritrea o il Congo, cinque paesi da cui viene più della metà dei profughi che arrivano in Italia”.

fonte: www.volontariatoggi.info

Immigrazione, il mercato delle braccia

thumbsIl lavoro stagionale in Puglia e Calabria è svolto sempre più dagli stranieri. Siamo passati dai 20.000 ingressi del 2001 agli 80.000 del 2009. Nel Foggiano un immigrato guadagna dai 4 ai 6 euro per riempire un cassone di pomodori di 350 chili

di Sonia Cappelli

Sono ottantamila gli ingressi per lavoratori stagionali extra Ue programmati quest’anno dal governo e 45.000 le domande di nulla osta per lavoro stagionale presentate finora attraverso la procedura on line sul sito del ministero dell’Interno. Lavoratori sfruttati, malpagati, sottoposti ad ogni genere di vessazione. Un piccolo, grande esercito di persone che sui binari delle loro miserie hanno intrapreso un percorso nel nostro paese, che però non li tutela abbastanza, nonostante il loro lavoro sia ormai diventato indispensabile per la nostra agricoltura.

Fino agli anni 70 la manodopera stagionale agricola era quasi esclusivamente italiana, ma dagli anni novanta la presenza di lavoratori stranieri nello svolgimento di questo tipo di lavoro si è imposta in modo decisivo. La loro disponibilità a lavorare in condizioni dure e con retribuzioni da miseria li rende merce più appetibile per i proprietari delle aziende agricole. Basti pensare che siamo passati dai 20.000 ingressi per lavoro stagionale del 2001 agli 80.000 del 2009. In un documento del 2005 i “Medici senza Frontiere” tracciavano il cosiddetto “circuito degli stagionali”, che andava dalla Campania, nelle serre dei prodotti ortofrutticoli, a Foggia, per la raccolta dei pomodori, ad Andria per quella delle olive e in Calabria, per la raccolta delle arance, fino alla Sicilia per la vendemmia di settembre.

Oggi quel circuito si è ulteriormente esteso, comprendendo la raccolta delle fragole nel Veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia- Romagna, dell’uva in Piemonte, del tabacco in Umbria e Toscana. Una evidente dimostrazione di come gli immigrati occupati in agricoltura contribuiscano in modo strutturale allo sviluppo economico di questo settore e a mantenere il primato nel mondo dei prodotti alimentari italiani. Ciononostante la manodopera stagionale straniera vive in un girone infernale, in cui lo sfruttamento è prassi comune. Basti pensare che nel Foggiano un bracciante immigrato guadagna dai 4 ai 6 euro per riempire un cassone di pomodori di 350 chili.

L’Inca, già nel 1990, era in prima fila ad occuparsi delle condizioni di questi lavoratori. Infatti, assieme all’Associazione “Non solo nero”, ha contribuito alla realizzazione del Villaggio della solidarietà di Villa Literno e a luglio, quando il campo ha aperto le porte ai primi immigrati, il patronato era presente con il suo “Camper dei diritti” per vincere la battaglia della diffidenza, ma anche e soprattutto quella per la promozione dei diritti anche tra chi sapeva di essere escluso ed emarginato. Da allora molto cammino è stato fatto sulla strada della giustizia sociale, ma troppi ancora sono gli ostacoli che si frappongono a una sua equa applicazione.

Nella regione Puglia è stata varata la “legge Barbieri 2007” che, per arginare il fenomeno dello sfruttamento dei cittadini immigrati impiegati nelle campagne agricole e favorire l’emersione del lavoro irregolare, offre loro un’accoglienza abitativa nei cosiddetti “alberghi diffusi”. Strutture che, oltre ad assicurare alloggi decenti, danno un’accoglienza sociale, garantendo una rete di servizi socio-sanitari con l’impiego di assistenti e mediatori linguistico-culturali, la sorveglianza e la sicurezza pubblica e corsi gratuiti per imparare la lingua italiana. Una legge, quella pugliese, considerata dalla stessa Unione europea all’avanguardia rispetto alle normative vigenti in altre nazioni e per questo la Regione è stata premiata in occasione del concorso organizzato dal Comitato delle regioni dell’Unione europea per le migliori pratiche amministrative dei ventisette paesi. Ciò non significa che non ci sia sfruttamento in Puglia. “Ad esempio – racconta Daniele Giovanni, direttore dell’ufficio Inca di Foggia – non sono applicati gli “indici di congruità”, previsti dalla legge; quelli che, analizzando il rapporto tra produzione e ore lavorate, servono per inquadrare le attività delle imprese e a verificare le eventuali anomalie nel lavoro impiegato. Un’attenta verifica di questi parametri consente di far emergere casi del tipo: 40 milioni di euro di fatturato e zero dipendenti in un’azienda agricola. Un paradosso che si può spiegare solo con il lavoro nero”.

Ma non basta. In Puglia il fenomeno della vendita dei contratti di lavoro è molto diffuso. “All’ufficio Inca di Foggia, che si occupa prevalentemente di rinnovi e rilascio di permessi di soggiorno, nonché di ricongiungimenti familiari per i lavoratori extracomunitari a lungo termine, sono molti gli stranieri – aggiunge Magdalena Jarczak, dello Sportello immigrati – che si rivolgono a noi per avviare vertenze. Questo avviene perché c’è chi specula chiedendo il pagamento preventivo di un contratto di lavoro, che nella maggior parte dei casi poi si rivela inesistente”. L’Inca Cgil, assieme alla prefettura, alla questura e a varie associazioni, presidiando costantemente il territorio, è riuscito a denunciare diversi episodi di questo genere e ha contribuito a migliorare la situazione.

Nel 2007, per combattere la piaga del lavoro nero, è stato avviato il progetto “Non solo braccia”, promosso dalla Regione Puglia e dalla Provincia, a cui partecipano l’Inca e molte altre associazioni no profit, per costruire una rete di sostegno, di orientamento e accompagnamento al lavoro attraverso l’attivazione di nuovi percorsi di inclusione. Si tratta di un piccolo tassello e dunque non ancora sufficiente. C’è molto altro da fare, perché il “mercato delle braccia” sa scegliere nell’eterogeneo mondo dei lavoratori stranieri. Per lucrare in modo illegale si preferiscono immigrati deboli, malinformati e ricattabili, perché più esposti al rischio di un ritorno forzato ai loro paesi di origine, come sono, per esempio, i cittadini africani o thailandesi, che provengono da realtà disperate, dove i diritti e la democrazia sono ancora chimere.

Spostandoci in Calabria, altra regione dove il lavoro agricolo stagionale è molto sviluppato, le cose non cambiano, nonostante le dichiarazioni dello stesso governatore regionale, Agazio Loiero, e l’impegno, peraltro assolto, a varare entro giugno la legge di accoglienza: “Noi gli extracomunitari abbiamo deciso di accoglierli e di integrarli col territorio. Abbiamo le nostre piaghe, ma qui da noi batte un cuore da emigrante”. Nella piana di Gioia Tauro è stato attivato uno sportello Inca che accoglie tutti gli immigrati bisognosi dell’assistenza del patronato “perché il nostro è un Comune di frontiera”, lo ha definito Vincenzo Auddino, direttore dell’Inca di Gioia Tauro. “Gli stranieri che si rivolgono a noi – spiega – sono di tutte le nazionalità, anche africani che, però, curiosamente non appaiono nelle liste di coloro che chiedono i permessi di soggiorno. Vivono un presente e un futuro da irregolari e sono quasi esclusivamente impiegati nella raccolta degli agrumi e delle olive”.

L’Inca ha attivato un proficuo rapporto con l’associazione di “Medici senza Frontiere” per tentare di fornire un concreto contributo per l’integrazione, perlomeno sul piano dell’assistenza sanitaria, e assieme ha sollecitato l’intervento delle istituzioni per risolvere la situazione della ex cartiera di Rosarno. Un vecchio stabilimento, costruito nei primi anni 90 grazie a una legge (L. 488), per il quale sono stati stanziati finanziamenti a fondo perduto che dovevano servire ad avviare attività produttive nelle zone economicamente depresse. “In realtà – spiega Auddino – i 9 milioni di euro sono serviti solo ad arricchire l’imprenditore bresciano che scappò lasciando solo l’amarezza di ciò che sarebbe potuto essere”. L’ex cartiera di Rosarno è oggi una struttura fatiscente utilizzata come casa dai migranti che arrivano nella zona durante il periodo della raccolta delle arance, senza luce e senza i necessari servizi igienici”.

Gli ospiti di questa struttura convivono con la diffidenza e la paura. “Hanno paura anche solo di avvicinarsi a una sede sindacale – sottolinea il direttore del patronato della Cgil –. Da queste parti, infatti, le vertenze per il mancato rispetto del contratto di lavoro sono solo occasioni eccezionali. Peraltro, come è facile immaginare, il caporalato non gradisce che le “braccia” stringano rapporti con la gente del luogo. Per esso devono rimanere nell’indigenza, senza alcuna certezza perché è più facile sfruttarli e ricattarli. I corsi di italiano, avviati dall’Inca, hanno avuto risultati deludenti, per la scarsa partecipazione. Ciononostante li abbiamo utilizzati per far conoscere i loro diritti. Sono una goccia importante, ma pur sempre di un oceano”.

fonte: www.rassegna.it

Benigni: “è inevitabile che l’immigrazione ci arricchisca”.

Il comico toscano parla di immigrazione tra gli emigrati italiani in Argentina, ricevendo la cittadinanza onoraria di Buenos Aires.

Uno strepitoso Roberto Benigni, ricevendo la cittadinanza onoraria di Buenos Aires davanti alla commozione di migliaia di italo-argentini, ha parlato dell’immigrazione come qualcosa di “ineluttabile”.
“È inevitabile – ha dichiarato il comico toscano – il fatto che ci si arricchisca toccandosi, stando insieme, accettando tutto ciò che arriva, sono doni del cielo”.
Benigni, a margine della cerimonia, ha parlato dell’esperienza italiana “pensa che roba se l’Argentina avesse detto no all’immigrazione…”, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano un raffronto sull’accoglienza degli stranieri in Italia e quanto è avvenuto anni fa in Argentina.
“Se il nostro imperialismo politico è stato un po’ ridicolo, il nostro imperialismo culturale è una delle cose più grandi di tutti i tempi”, ha aggiunto Benigni in Argentina per presentare “Tutto Dante”, ultima tappa della sua tournée internazionale.
In Argentina vivono “650 mila italiani”, ha ricordato, rilevando che “quello italiano è un popolo che amo strenuamente. Conosce la fatica, la morte, le miserie e la ricchezza dei doni che ha elargito in silenzio, senza dire niente a nessuno”.

fonte: www.immigrazioneoggi.it

È L’IMMIGRAZIONE, BELLEZZA

di Tito Boeri 

Perché i partiti socialdemocratici crollano in tutta Europa proprio in un periodo di recessione? La risposta è nei 26 milioni di immigrati nell’Unione Europea negli ultimi anni. I cittadini sono preoccupati per la sostenibilità del welfare state europeo. E se la soluzione sembra essere in più rigide politiche sull’immigrazione e nelle limitazioni all’accesso allo stato sociale, le coalizioni di destra sono decisamente più credibili. Ma sono politiche inattuabili nel lungo periodo. Esistono alternative ben più efficaci. Senza rinunciare alla redistribuzione.

Le recessioni di norma favoriscono i partiti di sinistra. Il loro appoggio a politiche redistributive è percepito dagli elettori come una forma di assicurazione: durante la crisi si perde il lavoro o si diventa più poveri, ci sarà qualcuno “lassù, al governo” che si preoccuperà di garantire una forma di aiuto di carattere sociale. “Nessuno sarà lasciato indietro” è il motto dei socialdemocratici e il contenuto dell’universalismo nelle prestazioni sociali da loro sostenute. L’età dell’oro dei socialdemocratici nel Parlamento europeo è stata a metà anni Novanta, quando l’Unione Europea aveva tassi di disoccupazione a due cifre  e usciva da una pesante recessione. La supremazia del gruppo socialista a Strasburgo è finita quando la disoccupazione ha iniziato a convergere verso i livelli degli Stati Uniti e il tasso di occupazione ad avvicinarsi agli obiettivi di Lisbona. E invece, questa recessione, la più grave del Dopoguerra, è andata di pari passo con l’affermazione elettorale di movimenti di destra e xenofobi in tutto il Vecchio Continente e con la disfatta proprio di quei partiti che storicamente hanno contribuito di più alla costruzione del welfare state europeo.

UN’ARMA DI ESCLUSIONE SOCIALE DI MASSA

Com’è potuto accadere? La risposta è l’immigrazione. Negli ultimi venti anni più di 26 milioni di persone sono arrivate nell’Unione Europea a 15 contro i poco più di 20 milioni di emigrati negli Stati Uniti, di 1,6 milioni in Australia e meno di un milione in Giappone. Dal 2000, paesi come l’Irlanda e la Spagna, ora particolarmente colpiti dalla crisi, hanno visto raddoppiare il rapporto tra popolazione straniera e indigena. Certo questi flussi sono precedenti alla recessione e, anzi, durante la crisi l’immigrazione tende a diminuire: approssimativamente del 2 per cento per ogni punto percentuale di caduta del prodotto nel paese di destinazione. Ma a preoccupare gli europei è la combinazione di una forte e recente immigrazione, della recessione e del welfare state. I dati dell’European Social Survey rivelano un marcato deterioramento della percezione dei migranti da parte degli europei a partire dal 2002. Questo deterioramento è dovuto alla preoccupazione che gli immigrati siano un peso fiscale in quanto beneficiari dei generosi trasferimenti di carattere sociale garantiti dall’Europa, “la terra della redistribuzione”. Paradossalmente, le politiche redistributive introdotte con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale sono diventate un’arma di esclusione sociale di massa. Ora che i deficit pubblici salgono alle stelle e la disoccupazione torna su livelli a due cifre, gli autoctoni hanno la legittima preoccupazione che anche i più strenui difensori delle politiche redistributive saranno costretti a tagliare le prestazioni sociali, a meno che non riescano a limitare l’immigrazione o almeno l’accesso degli immigrati al welfare. Ma per motivi ideologici, i partiti di sinistra non possono perseguire politiche che introducono barriere o un accesso asimmetrico al welfare per gli immigrati. Le coalizioni di destra e i movimenti xenofobi sono più credibili dei socialdemocratici nel perseguire politiche di questo tipo. L’Italia di destra e la Spagna di sinistra ne sono un buon esempio. In Italia, dai trasferimenti sociali ai poveri sono esclusi a priori coloro che non hanno un passaporto italiano, indipendentemente dal fatto che siano immigrati legali o clandestini e che abbiano pagato le tasse. Intanto, le barche dei disperati vengono respinte verso la Libia e nessuno sa dove saranno portate queste persone. In Spagna i trasferimenti sociali sono estesi ai cittadini stranieri e di recente il governo ha pubblicato un rapporto che documenta il contributo decisivo dato dall’immigrazione nel boom economico degli ultimi dieci anni. Il Ministero del Lavoro è stato ribattezzato Ministero del Lavoro e dell’Immigrazione.  Non è il Ministero degli Interni, come da noi, ad avere la titolarità di queste politiche.

LE ALTERNATIVE POSSIBILI

La faccia rassicurante dei socialdemocratici si sta trasformando in un incubo proprio per quei cittadini europei che rappresentano il loro elettorato tradizionale: operai, persone con reddito basso o che vanno avanti grazie ai sussidi del welfare. Devono quindi i socialdemocratici rinunciare ai loro ideali oppure rassegnarsi a scomparire? Non necessariamente. In primo luogo, non è affatto detto che le misure volte a rendere più rigide le politiche sull’immigrazione e a limitare l’accesso al welfare per gli immigrati rappresentino la risposta migliore alle preoccupazioni dell’opinione pubblica al di là del brevissimo periodo. La recessione è destinata a durare a lungo, e non è semplice mettere in pratica le restrizioni all’immigrazione, come dimostra l’alto numero di immigrati illegali che vivono nell’Unione Europea. E’ difficile anche limitare l’accesso al welfare da parte degli immigrati: l’esperienza degli Stati Uniti ci dice che queste restrizioni possono essere ribaltate dai pronunciamenti dei tribunali, in particolare in quei paesi dove l’immigrazione è già forte e consolidata.
Così anche le politiche oggi premiate dagli elettori possono non dare quei risultati rassicuranti che promettono. Invece di imitare i loro avversari, i socialdemocratici dovrebbero cercare di riformare i loro programmi di welfare rendendoli maggiormente proattivi e rafforzandone le basi assicurative. Questo significa che la possibilità di ricevere i sussidi deve essere subordinata al pagamento dei contributi (gli immigrati sono ovunque contribuenti netti) e che gli abusi debbono essere sanzionati sia sotto il profilo sociale che amministrativo. La Danimarca e la Svezia sono i paesi che hanno fatto i passi più importanti nella riforma delle politiche sociali in questa direzione: è solo un caso che i partiti di centrosinistra di questi due paesi siano le uniche formazioni politiche pro-welfare a non essere state sconfitte in queste elezioni europee?

fonte: www.lavoce.it

Concorso fotografico “Identità e culture di una Italia multietnica”: al vincitore anche la medaglia messa a disposizione dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Il prestigioso riconoscimento per sottolineare l’importanza dell’iniziativa di Progetto ImmigrazioneOggi – ONLUS e per incentivare la partecipazione, già numerosa, di chiunque voglia proporre attraverso le immagini una personale chiave di lettura dell’Italia multietnica.

Il Concorso “Identità e culture di una Italia multietnica”, promosso da Progetto ImmigrazioneOggi e sostenuto dall’ITC, ANFP e Studio Immigrazione, sta ottenendo un notevole successo, con una ampia risposta da parte dei cittadini italiani e stranieri: a poco più di 20 giorni dall’apertura del concorso, oltre 50 sono le foto pervenute e pubblicate su ImmigrazioneOggi e molte altre stanno per essere inserite nella “Galleria immagini” del concorso.
Ampio anche il riconoscimento da parte delle istituzioni: oltre ai patrocini già concessi dal Ministero dell’Interno, dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, dal Ministero degli Esteri, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Pari Opportunità, dall’Assessorato delle Politiche Sociali della Regione Lazio e dalla Croce Rossa Italiana al progetto “La Conoscenza per l’Integrazione, l’Integrazione per la Sicurezza” all’interno della quale si inserisce il Concorso fotografico, anche la Presidenza della Repubblica ha voluto confermare l’ampio valore sociale dell’iniziativa aggiungendo, al già ricco montepremi, una medaglia, quale premio di rappresentanza, al miglior fotografo.
La medaglia e i premi in denaro, 2.000 euro per il vincitore e 1.000 euro per il premio speciale, verranno consegnati, come da regolamento, nel mese di ottobre in occasione o a margine del Convegno “La Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione: uno strumento per agevolare l’armonica convivenza in un’Italia multietnica” che si svolgerà a Roma.
Per partecipare al Concorso e inviare le proprie foto c’è tempo fino al 30 giugno.
Dal 1° luglio e fino al 20 settembre si passerà alla votazione on line: tutte le foto inserite nella Galleria immagini saranno sottoposte al voto popolare. La Giuria tecnica, presieduta da Massimo Giletti, designerà il vincitore tra la lista delle 30 fotografie che avranno ottenuto, al termine della fase di votazione popolare, il punteggio più alto.
Per info sul concorso: www.immigrazioneoggi.it/onlus/fotoconcorso.
(Red.)

fonte: www.immigrazioneoggi.it