UNA FOTOGRAFIA SULLE MODALITA’ DI ACCESSO AL TEST HIV IN ITALIA | di Viviana Bello

Relazione convegno “Accesso al test hiv e modalità di accesso” del 17 febbraio 2010

In Italia test hiv completamente anonimi solo nel 37% dei casi. La gratuità garantita nel 76%. Il couselling pre e post test sembra essere opzionale, assicurato in non oltre 44,4% dei casi.

Sono questi alcuni dei dati presentati a Roma durante il convegno organizzato dall’Istituto Superiore della Sanità con la Consulta delle Associazioni per la Lotta contro l’AIDS dal titolo ACCESSO AL TEST HIV E MODELLI DI INTERVENTO tenuto il 17 febbraio scorso a Roma. Durante il convegno è stata presentata un’indagine dell’I.S.S. e della Consulta condotta in due anni di lavoro su 449 strutture presenti in ospedali, policlinici e Asl che aveva l’obiettivo di mettere in luce diversi aspetti legati al test hiv. La ricerca ha rimandato una fotografia del contesto italiano che non ha mancato di sorprendere i presenti.

ACCESSO AL TEST TRA I MINORENNI
Per quanto riguarda l’accesso al test hiv tra i minorenni, l’indagine condotta ha rilevato che ben il 22,5% dei Centri Diagnostico-Clinici italiani ha effettuato il test hiv senza dover ottenere il consenso dei genitori. Occorre però sottolineare che alla domanda facoltativa sul tema dei test Hiv ai minori hanno risposto solo 253 Centri. I dati dipingono una realtà, seppur parziale, ma comunque non in linea con quanto stabilito dalla legge italiana che ha ricordato Anna Maria Luzi, del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’I.S.S. prevede che «il test dell’Hiv possa essere effettuato solo su pazienti maggiorenni». La stessa Luzi poi aggiunge che «nel tempo sono state introdotte normative che pongono come elemento prioritario il benessere dell’individuo, per cui fra i 16 e i 18 anni i ragazzi sono considerati grandi minori e c’è una maggiore tolleranza se chiedono di essere sottoposti al test. C’è comunque bisogno di maggiore chiarezza su questo tema». Pietro Gallo del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’I.S.S., illustrando i dati ha precisato che secondo l’I.S.S. la percentuale del 22,5% raccolga soprattutto quelli qui chiamati grandi minori, ossia ragazzi con età compresa tra i 16 e i 18 anni. Pietro Gallo aggiunge poi: «Se il 13% dei Centri italiani dichiara di non effettuare test a minori di 18 anni, il 22,5% riferisce di farlo senza il consenso dei genitori, mentre il 50% lo fa solo dopo aver sentito il giudice o mamma e papà. Il 13%, inoltre, effettua il test senza richiedere documenti al minore, che autocertifica di avere più di 18 anni, ma che spesso non li ha ancora compiuti. In questo caso i colleghi effettuano il test senza rilevare la minore età del paziente».

DIAGNOSI DI SIEROPOSITIVITA’
Un altro aspetto importante emerge in relazione alla diagnosi di sieropositività. La ricerca infatti evidenzia come il 60% dei sieropositivi italiani, nel 2009, ha scoperto di esserlo solo quando il medico gli ha diagnosticato l’Aids, cioè la malattia conclamata. Sempre nel 2009, «le persone che convivono con Aids nel nostro Paese risultavano essere 22.302, con 1.200 nuovi casi di malattia conclamata nello stesso anno». Questi dati sono stati resi noti direttamente da Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’I.S.S. «Il trend delle nuove diagnosi di infezione -ha aggiunto Rezza- è rimasto stabile a circa 3.500/4.000 ogni anno, senza accennare a diminuire, dal 2000. In più, grazie alle nuove terapie farmacologiche e all’allungamento generale della vita, in Italia abbiamo un serbatoio di persone sieropositive viventi composto da almeno 150 mila individui. L’età media è aumentata (38 anni per gli uomini, 34 per le donne) e la principale modalità di trasmissione del virus rimane quella dei rapporti etero od omosessuali». Rezza ha riferito che il problema principale «è quello della scarsa attenzione rivolta ai giovani nei confronti della prevenzione di questa malattia, poiché non hanno una memoria generazionale che li spinga a mettere in atto comportamenti sessuali sicuri». Sicuramente questa è una variabile determinante ma crediamo che non può essere considerata esclusiva ed esaustiva. Noi della Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids di Lecce, crediamo che i dati relativi alle nuove infezioni tra i giovani meritino una responsabilizzazione e un impegno su due livelli perché, se è vero che la responsabilità è un correlato del potere, è anche vero che il tipo e la grandezza del potere determina il tipo e la grandezza della responsabilità. Ne deriva che quando il potere ed il suo esercizio raggiungono certe dimensioni non cambia solo la grandezza della responsabilità ma si produce anche un cambiamento qualitativo nella sua natura in modo che le azioni del potere producano il contenuto del dovere. È evidente quindi il necessario impegno nelle due dimensioni. Una dimensione individuale, che chiama in causa tutta la popolazione sessualmente attiva che deve poter maturare una maggiore consapevolezza del rischio di contrazione delle malattie sessualmente trasmissibili perché, come ricordiamo sempre, non ci sono più categorie a rischio ma comportamenti a rischio. Una dimensione di governance che invece chiama in causa i governi, le istituzioni e le stesse autorità locali perché continuino ad investire seriamente in campagne di prevenzione e di comunicazione che però hanno il dovere di raccontare la malattia e la prevenzione senza veti morali. Ad oggi si sa che uno è l’unico strumento di prevenzione che può contrastare considerevolmente il diffondersi della pandemia e tutti noi che lottiamo la lotta all’Aids abbiamo il dovere etico e morale di raccontarlo ai giovani, ai genitori, agli insegnanti e a tutti coloro che possono facilitare questa informazione.
Ritornando poi al discorso della diagnosi tardiva è evidente che questo, oltre ad aggravare la diffusione del virus, non manca di mettere in crisi anche il percorso terapeutico e il benessere della persona hiv positiva.

NUMERO VERDE AIDS
Attivo dal 1987. In 22 anni di attività gli esperti dell’Unità Operativa Telefono Verde Aids dell’I.S.S. -contattati al numero 800 86 10 61 nei giorni che vanno dal lunedì al venerdì dalle 13 alle 18- hanno risposto a quasi due milioni di quesiti. Secondo la dott.ssa Anna Maria Luzi dell’I.S.S., è proprio il test l’argomento più gettonato da chi chiama il telefono verde. Secondo la ricerca presentata, il 25% delle chiamate -circa 433 mila- attiene al test Hiv, «le persone -dice- vogliono sapere dove, come e quando sottoporsi all’esame per la diagnosi del virus, preoccupate soprattutto per un rapporto sessuale non protetto. I due terzi degli utenti sono composti da maschi, con un’età media di 28 anni». Sono state proprio queste rilevazioni a motivare l’I.S.S. a effettuare un’indagine ad hoc su come viene effettuato il test Hiv nel nostro Paese con lo scopo di monitorare, capire, per poi tentare di risolvere i punti i principali problemi e di uniformare il panorama variegato che è emerso dalla ricerca stessa. Dalla ricerca ne risulta una situazione disomogenea.

TEST HIV ANONIMO E GRATUITO? NON SEMPRE…
Il test per la rilevazione degli anticorpi anti-hiv, che per legge dovrebbe essere anonimo, gratuito e accompagnato da counselling, risulta invece essere anonimo in soli 37 casi su 100 e gratuito nel 76,2% dei centri diagnostici italiani. È vero quindi che nella maggioranza dei centri è gratuito ma continua a rimanere una percentuale non irrilevante che lo fa pagare con un costo di prestazione ticket arbitrario che varia dai 4 ai 22 euro. C’è poi un 10% di risposte curiose proprio in merito all’anonimato e alla gratuità: alcuni centri lo propongono come “gratuito” solo ai casi a rischio o solo a chi presenta la ricetta, ma la stessa prescrizione in altri è motivo di test a pagamento, così come se il test viene richiesto per motivi di lavoro, come per esempio l’accesso ai concorsi. Nella maggior parte dei casi l’accesso al test è consentito solo presentando ricetta medica o un documento. Un fatto grave e allarmante, riconosciuto tale anche dalla dott.ssa Luzi la quale ha sottolineato: «La mancanza di anonimato potrebbe essere un ostacolo per l’accesso al test, soprattutto nei piccoli centri». Certamente il quadro presentato non può non contenere in sé differenze che si declinano da Regione a Regione, da Asl ad Asl e, addirittura, all’interno della stessa Asl da struttura a struttura.
Le interviste hanno rilevato la scarsa tendenza da parte dei centri diagnostici a effettuare colloquio di counselling pre e post test (nel 44,5% dei casi pre e nel 41% post). Inoltre, in 4 centri diagnostici su 10 (168 dei 449 censiti) il risultato viene sempre consegnato in busta chiusa. Sottolineiamo questo aspetto perché crediamo che questo possa comunque esporre la persona hiv positiva a fattori di rischio psicologici e sociali. Non lasciare sola la persona, anche davanti a un esito negativo, significa svolgere opera di prevenzione e di supporto, motivando la persona a non rinnovare comportamenti a rischio. Quanto ai colloqui poi, la ricerca ha rivelato che accanto a chi li fa sempre, il 44,6% dei centri, c’è chi li fa «solo se la persona è ansiosa (3,6%), ma anche solo se c’è tempo (0,4%). Alla disamina dei dati ha fatto seguito l’intervento di Pietro Gallo del Mipi che ha sottolineato come i dati confermano che «il panorama nelle strutture italiane è il più vario» aggiungendo poi che «solo 79 centri su 449 rispondono appieno a tutti i requisiti previsti dalla legge».

Una fotografia che almeno in potenza avrebbe potuto catturare la nostra attenzione per la cura, l’ingegno, la creatività, la puntualità con cui è stata scattata ma che invece presenta tratti cupi, che non possono non disgustare, allarmare e mettere in disagio gli osservatori, i potenziali acquirenti e gli autori stessi degli scatti. L’allarme quindi viene lanciato dallo stesso Enrico Garaci, presidente dell’I.S.S., che dice: «I dati sono ancora preoccupanti visto che il 37% dei sieropositivi è attualmente inconsapevole della propria condizione». Non mancano interventi da parte delle associazioni. Massimo Oldrini, coordinatore della Consulta delle Associazioni per la Lotta contro l’Aids dichiara anche lui in tono deciso: «I cittadini incontrano molte difficoltà nell’accesso al test Hiv a causa del prezzo variabile del ticket o anche degli orari troppo ‘restrittivi’, con apertura solo la mattina presto. Non esistono strutture che effettuano gli esami al pomeriggio, consentendo anche ai lavoratori di eseguirlo». Per non parlare, aggiunge della gravità di una consegna degli esiti sconsiderata: «si può immaginare quanto possa essere psicologicamente stressante per una persona che scopre di essere sieropositiva».
Di fronte a questa fotografia italiana non propriamente ottimale in materia di acceso al test, diffusione del virus e prevenzione non possiamo esimerci dall’interrogarci sul potere e sulla responsabilità che ciascuno di noi ha. Agiamo quindi per autopromuovere benessere e salute per esempio utilizzando il tanto discusso condom, per esempio scegliendo di fare il test hiv, per esempio segnalando quando questo sembra essere effettuato con modalità non in linea con quanto stabilito dalla legge italiana…test anonimo, gratuito, preceduto e seguito da attività di counselling.

Sitografia
http://www.corriere.it
http://www.esserebenessere.it
http://www.adnkronos.com
http://www.asca.it
http://www.vitadidonne.it
integrazione con relazione convegno “Accesso al test hiv e modalità di accesso” del 17 febbraio 2010

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