Pubblicato da: centrostudikairos su: Marzo 27, 2009
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Di Valeria Ghitti |
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L´infezione da HIV, il virus che porta all´AIDS, non è solo un problema africano. In Italia,ogni anno, si scoprono circa 4000 nuovi casi.”Il test non deve diventare uno screening di massa, da fare a chicchessia, ma chiunque abbia il dubbio di aver avuto anche un solo comportamento a rischio dovrebbe sottoporvisi, per proteggere sé stesso e gli altri” |
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Si è chiuso da pochi giorni, a Roma, l´HIV Summit Italia 2009, con una notizia buona e una cattiva. Cominciamo da quest´ultima: l´infezione da HIV, il virus che porta all´AIDS, non è solo un problema africano. Anche in Italia, infatti, ci sono, ogni anno, circa 4000 nuovi casi e oltre il 55% di questi scopre di essere sieropositivo solo al momento della diagnosi di AIDS, o poco prima. “Questi, oltre a rappresentare una fonte inconsapevole di rischio per gli altri, hanno un´elevata probabilità di entrare tardi in terapia, spesso in uno stadio avanzato di immunosoppressione” sottolinea il dottor Stefano Vella, Direttore del Dipartimento del Farmaco dell´Istituto Superiore di Sanità. La notizia buona è che proprio il 18 marzo il Senato ha approvato, all´unanimità, una mozione con la quale il governo si impegna, entro sei mesi, a proporre le linee guida per un accesso facilitato al test per la diagnosi precoce dell´HIV. Si auspica per questa settimana l´approvazione da parte della Camera. “Governo e opposizione hanno capito l´urgenza e l´emerga di salvaguardare la legge esistente, la 135, che risale però al 1990 e al tempo stesso di rivedere la visione dell´AIDS nel nostro paese” esulta Rosaria Iardino, Presidente Associazione NPS ITALIA Onlus Network Persone Sieropositive. “Diventa fondamentale offrire a tutti i cittadini la più ampia possibilità di effettuare il test. E ciò nel pieno rispetto del diritto del singolo di sapere se è malato, ma anche per una precisa esigenza di sanità pubblica: se una persona è portatrice di virus, ha il dovere, per legge, di fare in modo che non si diffonda”. “Il test non deve diventare uno screening di massa, da fare a chicchessia, ma chiunque abbia il dubbio di aver avuto anche un solo comportamento a rischio dovrebbe sottoporvisi, per proteggere sé stesso e gli altri” consiglia Vella. Chi è a rischio? In passato i più esposti al pericolo di trasmissione dell´HIV erano i tossicodipendenti, mentre attualmente, la via privilegiata, quasi unica, di contagio, è proprio quella sessuale e questo allarga il campo d´azione del virus. Ma c´è ancora molta disinformazione, figlia di una falsa sicurezza legata alla possibilità di trattare la malattia. Oggi non si parla più, come vent´anni fa, di peste del 2000, e questo silenzio sull´AIDS viene visto, erroneamente, come segnale di scampato pericolo: l´avere rapporti sessuali non protetti con persone di cui non si conosce lo stato sierologico non viene, purtroppo, concepito come un comportamento a rischio. Così il contagio si diffonde, soprattutto tra i quarantenni eterosessuali, molte donne, e, in particolare, tra gli stranieri. La bassa percezione del rischio contribuisce enormemente a ritardare lo svolgimento del test HIV, ma non è il solo elemento. “Ad esempio, chi vive al sud o nelle isole ha una maggiore probabilità di arrivare tardi al test rispetto a chi vive al nord, mentre gli stranieri sono in assoluto coloro che hanno il rischio maggiore di arrivare tardi al test. Maggiore è la probabilità di test ritardato nei maschi e, soprattutto, nei non tossicodipendenti” sottolinea il dottor Vella. Innegabile, inoltre, il fattore psicologico. La malattia, salita alla ribalta della cronaca nei primi anni 80, è cambiata – oggi non è una condanna a morte certa – ma per certi versi nulla sembra essersi modificato. I pazienti, infatti, hanno ancora timore di sottoporsi al test per le note valenze sociali negative insite nella diagnosi di infezioni. “Le persone sono anche pigre. Mi sono resa conto che, proponendo il test alle persone sottoposte a interventi chirurgici o a donne in gravidanza, è molto facile ottenere un sì” aggiunge la Iardino. E´ quindi, forse, più facile portare il test alla gente che aspettare che sia la gente ad avvicinarsi ad esso. C´è, però, un problema di pregiudizi e disinformazione che si riscontra anche nel versante degli operatori sanitari: “Il test dell´HIV non ha alti costi e il fatto che venga poco praticato è solo una questione di mentalità, anche del personale sanitario che presta scarsa attenzione ai sintomi iniziali dell´infezione”, spiega il dottor Giampiero Carosi, Direttore Istituto di Malattie Infettive e Tropicali dell´Università degli Studi di Brescia e Presidente SIMaST, Società Italiana Malattie Sessualmente Trasmissibili. “Oggi, paradossalmente, a chi contrae una qualsiasi malattia sessualmente trasmissibile non viene automaticamente fatto anche il testo per l´HIV, eppure, attraverso lo stesso rapporto non protetto, molteplici possono essere i contagi”. E, se minori sono i tossicodipendenti che si infettano con lo scambio di siringhe, resta alto il numero di chi, sotto l´effetto delle droghe, ha rapporti promiscui e quindi a rischio: “Eppure nei Sert, i Servizi per le tossicodipendenze, oggi solo nel 30% dei casi si fanno i testi per l´HIV, contro un 100% degli anni del boom della malattia” aggiunge sempre Carosi. Per le linee guida occorre attendere, ma gli esperti hanno idee chiare in merito: “E´ auspicabile introdurre il test come prassi là dove è possibile sfruttare un´organizzazione pratica già esistente, cioè gli ospedali, e in quegli ambienti dove ci sono persone a rischio, vale a dire carceri, servizi per le tossicodipendenze, ambulatori per gli immigrati e gli extracomunitari e centri per le malattie sessualmente trasmissibili” suggerisce Carosi. Negli ospedali, per altro, il test viene già svolto di routine, più per motivi di sicurezza di medici e altri operatori sanitari: “Vogliamo regolarizzare e rendere trasparente questa pratica” sottolinea la presidente di NPS Italia Onlus. Molto importante sarà anche rendere omogeneo un accesso che non è tale, con differenze a livello regionale ma anche provinciale: “In alcune strutture, nonostante la legge 135/90, il test non è né anonimo né gratuito” spiega Iardino “Anche se, in realtà, trovo più importante garantire l´accesso in maniera omogenea, che focalizzarsi sull´anonimato, confidando nelle Istituzioni per il rispetto della privacy”. Tanto interesse per il test per l´HIV è facilmente spiegabile; è l´unico strumento che permette una diagnosi precoce, perché la sieropositività non dà sintomi: “Oggi, se si scopre in tempo l´infezione, è possibile condurre una vita praticamente normale, con una malattia ormai divenuta ad andamento cronico” incoraggia il dottor Carosi. “I farmaci sono più maneggevoli e meno tossici, si tratta di assumere poche compresse al giorno, quasi come per l´ipertensione, per tenere alla larga il rischio di passare dalla sieropositività all´AIDS e da questa alla morte”. Ma prevenire resta indubbiamente la strada migliore. Fonte: www.dossiermedicina.it |
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